PSICOLOGA · PSICOTERAPEUTA EMDR · DBR
dr.ssa Roberta Paradisi
dr.ssa Roberta Paradisi

Da un film visto con mio figlio, una riflessione su ciò che chiediamo davvero quando vorremmo cancellare il passato.
In questi giorni molte persone mi dicono la stessa cosa:
«Vorrei dimenticare tutto in tre secondi.»
Ogni volta mi arriva il flash di un film visto con mio figlio. Così, senza averlo programmato, mi ritrovo a raccontarlo.
All’inizio un po’ ridono. Del resto sto parlando di Pecore sotto copertura, un film in cui un gregge di pecore si mette a indagare sulla morte del proprio pastore. Non sembra il punto di partenza più ovvio per una riflessione psicologica.
Poi, mentre vado avanti, rimangono colpiti. Perché, in mezzo alle pecore detective e al mistero, il film mette in scena qualcosa che conosciamo molto bene: il desiderio di cancellare ciò che fa male.
George, il pastore, legge ogni sera romanzi gialli al suo gregge. È convinto che le pecore non capiscano nulla, ma loro ascoltano, imparano e ricordano molto più di quanto lui immagini.
Quando George muore, decidono che saranno loro a scoprire che cosa è successo.
Ma la parte che racconto in studio non riguarda l’indagine. Riguarda una capacità particolare del gregge: quando accade qualcosa di troppo triste o spaventoso, le pecore possono decidere di dimenticarlo. Basta volerlo e, in pochi secondi, ciò che faceva paura scompare.
Niente dolore, niente immagini, niente domande. Si torna a pascolare.
Tutte le pecore ci riescono, tranne Mopple. Lui ha quello che viene considerato quasi un difetto: ricorda tutto. Conserva ciò che le altre lasciano cadere e porta con sé anche quello che il resto del gregge ha scelto di cancellare.
Quando arrivo a questo punto, di solito chi ho davanti non ride più.
Quando una persona mi dice che vorrebbe dimenticare tutto, quasi mai sta chiedendo davvero di perdere la memoria.
Voler dimenticare un ricordo doloroso significa spesso desiderare che quel ricordo smetta di riattivare lo stesso dolore ogni volta che torna.
Vorrebbe poter pensare a ciò che è successo senza avere lo stomaco chiuso, senza sentire il cuore accelerare, senza ricominciare ogni volta la stessa discussione nella propria testa: quella che sembra un modo per capire e invece gira sempre nello stesso punto. Vorrebbe smettere di svegliarsi con quell’immagine, di aspettare un messaggio che non arriverà o di cercare ancora una spiegazione capace di rimettere le cose a posto.
Non vuole cancellare la propria storia. Vuole che quella storia smetta di fare così male.
Con alcuni ricordi emotivamente molto carichi accade qualcosa di particolare: sappiamo che appartengono al passato, ma quando si riattivano corpo ed emozioni possono rispondere con un’intensità che li fa sentire ancora presenti.
È allora che vorremmo il potere delle pecore: tre secondi e via tutto.
Mentre racconto il film, a volte faccio una domanda:
«Se potessi cancellare davvero quel ricordo, sei sicuro che vorresti perdere proprio tutto?»
Non soltanto il dolore, quindi. Anche ciò che quella storia ha significato. Quello che abbiamo capito di noi, il momento in cui abbiamo imparato a mettere un limite, le ragioni per cui oggi riconosciamo prima un pericolo, la prova di essere riusciti a sopravvivere a qualcosa che allora sembrava insopportabile.
E, quando il ricordo riguarda una persona che abbiamo perduto, dimenticare tutto vorrebbe dire cancellare insieme all’assenza anche la relazione: una voce, un gesto, una frase che continuiamo a usare, il modo in cui quella persona ha modificato ciò che siamo.
Il dolore non è la misura dell’amore e non dobbiamo conservarlo per dimostrare che qualcuno è stato importante. Ma neppure guarire significa comportarsi come se quella persona, quella relazione o quella parte della nostra vita non fossero mai esistite.
Se togliessimo tutto, forse non perderemmo soltanto ciò che ci fa male. Perderemmo anche una parte di noi.
Mopple, però, non è semplicemente il personaggio “fortunato” perché ricorda. La sua memoria è anche un peso. Mentre gli altri si concedono il sollievo della cancellazione, lui rimane a custodire ciò che è accaduto.
Ricordare tutto non è sempre una risorsa.
Ci sono ricordi che irrompono senza essere invitati. Ci sono persone che passano ore a ricostruire ogni parola di una conversazione, a cercare il momento esatto in cui avrebbero potuto cambiare il finale, a ripetersi domande alle quali nessuna risposta sarà mai sufficiente.
Ripensare spesso a ciò che è successo non significa automaticamente elaborarlo. La ruminazione è un pensiero ripetitivo che torna sugli stessi elementi senza aprire nuove comprensioni o nuove possibilità di azione.
Elaborare un ricordo, invece, non significa pensarci continuamente. Significa poter tornare a quell’esperienza e poi rientrare nel presente.
La ruminazione ci fa girare nello stesso punto, con l’illusione che pensare ancora un po’ ci permetterà finalmente di modificare ciò che è già avvenuto.
Non abbiamo bisogno di scegliere tra la cancellazione delle altre pecore e la memoria assoluta di Mopple. Abbiamo bisogno di una memoria capace di muoversi: avvicinarsi, allontanarsi, trasformarsi e trovare un posto nella nostra storia.
Anche nel lavoro terapeutico, quando si lavora su ricordi disturbanti, lo scopo non è cancellare ciò che è successo. È aiutare quel ricordo a perdere progressivamente la capacità di invadere il presente con la stessa intensità.
Quando questo accade nelle esperienze traumatiche, il lavoro di elaborazione può coinvolgere anche il corpo e i sistemi di risposta alla minaccia, come approfondisco nell’articolo sul trauma complesso e sul lavoro con EMDR e DBR.
Un ricordo elaborato e integrato non scompare. Possiamo ancora raccontarlo e riconoscerne il significato, ma non siamo necessariamente costretti ogni volta a riviverlo con la stessa intensità. Il corpo può gradualmente smettere di reagire come se il pericolo fosse ancora presente.
Possiamo guardare ciò che è accaduto sapendo che è parte della nostra storia, ma non coincide con tutta la nostra identità.
La memoria, inoltre, non è un archivio immobile. Ogni volta che un ricordo viene riattivato può essere, entro certi limiti, aggiornato e modificato. È uno degli aspetti studiati dalla ricerca sulla riconsolidazione della memoria. Questo non significa che esista un modo semplice per “cancellare” volontariamente un’esperienza, ma aiuta a comprendere perché il rapporto che abbiamo con un ricordo possa cambiare nel tempo.
Questo vale anche per il lutto.
Attraversare una perdita non significa pensare continuamente a chi non c’è più, ma neppure doverlo dimenticare per ricominciare a vivere. Ci muoviamo tra momenti in cui sentiamo l’assenza e altri in cui torniamo alle cose quotidiane, costruiamo nuovi legami, ridiamo e facciamo progetti.
Il modello del doppio processo del lutto di Stroebe e Schut descrive proprio questa oscillazione: momenti maggiormente orientati alla perdita e momenti in cui l’attenzione torna alla vita quotidiana, all’adattamento e alla ricostruzione.
Andare avanti non tradisce la memoria. E ricordare non ci obbliga a restare fermi.
Quando termino la storia delle pecore, non aggiungo quasi mai una morale. Non serve.
Qualcuno continua a dire che sceglierebbe comunque di dimenticare tutto in tre secondi. E lo capisco: quando il dolore è molto forte, il sollievo sembra più urgente di qualsiasi significato.
Qualcun altro rimane in silenzio. Poi corregge la frase iniziale:
«Forse non voglio dimenticare. Vorrei riuscire a ricordare senza stare così male.»
Ed è proprio lì che cambia tutto.
Non si tratta di cancellare il passato, ma di fare in modo che smetta di invadere continuamente il presente.
Ricordare senza rivivere.
Perché andare avanti non significa lasciare tutto indietro. Significa riuscire a portarlo con sé in un modo nuovo.
Se ti va, puoi rispondere anche soltanto scegliendo una possibilità:
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Balda, K. (Regista). (2026). Pecore sotto copertura [The Sheep Detectives] [Film]. Amazon MGM Studios; Working Title Films; Three Strange Angels; Lord Miller Productions.
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