Mattering e anti-mattering: quando il dolore è sentire di non contare

Persone riunite a cena, immagine dell’articolo su mattering e anti-mattering e sul sentirsi di non contare

Anche questa settimana mi sono trovata davanti a una persona che mi raccontava una tristezza di fondo difficile da mettere a fuoco.

Sulla carta la sua è una vita che funziona. Ha 45 anni, è sposata, affermata nel lavoro. Non mi porta un problema preciso nella sfera intima, non c’è una crisi evidente attorno alla quale far ruotare quello che sente.

Le chiedo degli amici.

«Come passi le giornate quando non sei a casa o al lavoro?»

Mi racconta di avere un giro di amicizie, di uscire, vedere persone. Poi, quasi spostando il discorso altrove, mi dice:

«Ma che io ci sia o non ci sia a una cena, fa davvero differenza?»

È una frase che negli anni ho sentito pronunciare a età molto diverse. Può avere sedici anni chi la dice, oppure trenta o sessanta. Cambiano le vite, ma riconosco quel sentire: essere insignificanti.

Tiro un sospiro e provo ad allinearmi a ciò che mi sta trasmettendo. L’aria nella stanza si fa più densa. Capisco meglio dove sta cercando di portarmi.

Questa persona non è sola. Ha persone intorno.

Il punto è se sente che la sua presenza, per quelle persone, abbia un peso.

Quando sentiamo di contare per qualcuno

In psicologia esiste un termine ancora poco conosciuto in Italia: mattering.

Morris Rosenberg e B. Claire McCullough introdussero il concetto nella ricerca psicologica all’inizio degli anni Ottanta. Nella formulazione originaria, il mattering comprendeva il sentirsi notati dagli altri, importanti per qualcuno e persone sulle quali gli altri fanno affidamento. Qualche anno dopo Rosenberg aggiunse un’altra esperienza molto intuitiva: sentire che la nostra assenza verrebbe notata.

Detto in modo molto più semplice, riguarda una domanda che probabilmente ci siamo fatti tutti almeno una volta:

«Io conto per qualcuno?»

Non coincide con l’autostima. Posso riconoscere il mio valore, sapere di essere competente, avere una buona considerazione di me e continuare a sentire che nella vita degli altri occupo un posto marginale.

E non coincide neppure con l’avere molte relazioni. Il mattering riguarda la qualità di una percezione: sentire che, nella relazione con qualcuno, la nostra presenza è significativa.

Anti-mattering: sentirsi insignificanti non è semplicemente sentirsi poco importanti

Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a osservare anche l’altra faccia di questa esperienza.

Il termine anti-mattering indica la sensazione di non contare per gli altri, fino a sentirsi insignificanti, invisibili o poco ascoltati. Gli studi che hanno portato alla costruzione dell’Anti-Mattering Scale suggeriscono che non si tratti semplicemente di avere “poco mattering”, ma di un’esperienza psicologica collegata e in parte distinta (Flett et al., 2022).

La differenza può sembrare sottile, ma nella vita quotidiana lo è molto meno.

Posso sapere di non essere la persona più importante nella vita di un’amica e non soffrirne affatto. So che, quando siamo insieme, quello che dico ha un posto nella conversazione. Se sparisco per un periodo, prima o poi arriva una domanda: «Dove sei finita?».

Diverso è trovarsi continuamente tra gli altri con la sensazione di poter essere sostituiti senza che cambi molto.

La frase della mia paziente torna esattamente lì:

«Se a quella cena io non ci fossi, qualcuno sentirebbe davvero la mia mancanza?»

Si può avere una vita sociale e sentirsi irrilevanti

Forse è questo l’aspetto che rende l’anti-mattering difficile da riconoscere.

Quando pensiamo alla solitudine immaginiamo facilmente una persona isolata, con pochi rapporti o poche occasioni di incontro. Ma possiamo avere amici, una famiglia, colleghi, una vita sociale piena e continuare a chiederci che posto occupiamo davvero dentro quelle relazioni.

A volte basta che un rapporto cambi perché quella domanda diventi più insistente. Un’amica che chiama meno, un gruppo che si trasforma, persone che prima cercavano spesso la nostra compagnia e ora hanno vite diverse.

Nelle amicizie adulte i legami possono cambiare senza che la distanza significhi automaticamente essere diventati irrilevanti per l’altro. Ed è proprio qui che diventa importante distinguere ciò che sta accadendo nella relazione dalla conclusione a cui arriviamo su noi stessi.

Perché «ci vediamo meno» e «non conto più per te» non dicono necessariamente la stessa cosa.

Tra ciò che succede nelle relazioni e ciò che sentiamo

Quando una persona mi dice «non conto per nessuno», in terapia non so già quale sarà la spiegazione.

Ci sono relazioni nelle quali una persona è stata davvero poco ascoltata, data per scontata, cercata soprattutto quando serviva qualcosa. Sarebbe sbagliato trasformare automaticamente queste esperienze in un problema di percezione.

In altri casi cominciamo invece a osservare quanto rapidamente una distanza, un silenzio o una mancata risposta diventino la conferma di qualcosa che la persona teme già: non essere abbastanza importante da essere ricordata.

E spesso la faccenda è ancora più complicata.

Entriamo nelle relazioni con una storia. Quello che accade oggi incontra ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dagli altri e il momento emotivo che stiamo attraversando. Per questo due persone possono vivere lo stesso comportamento dell’altro in modo molto diverso.

Dire semplicemente «ma hai tante persone che ti vogliono bene» serve poco.

La persona probabilmente lo sa già.

È proprio questo che la confonde.

Perché vale la pena prestare attenzione a questa sensazione

Sentirsi insignificanti non è un piccolo capriccio relazionale.

La ricerca recente mostra che l’anti-mattering è associato ai sintomi depressivi e che questa associazione appare più forte di quella osservata con il semplice basso mattering (Tonini et al., 2025, Clinical Psychology Review).

Questo non significa che sentirsi irrilevanti provochi depressione. Significa che è una dimensione del malessere che merita di essere ascoltata.

Forse anche perché tocca un bisogno molto semplice e molto umano: sapere che la nostra esistenza entra, in qualche modo, nell’esperienza di qualcun altro.

Una domanda diversa dall’autostima

In terapia parliamo spesso del valore che una persona attribuisce a se stessa. Ci chiediamo quanto si senta adeguata, quanto dipenda dal giudizio altrui, quanto riesca a riconoscere ciò che vale.

A volte però la domanda da fare è un’altra:

«Dove senti che la tua presenza ha un peso?»

Non significa chiedere dove sei indispensabile. Essere indispensabili può persino diventare una trappola: qualcuno può aver bisogno di ciò che facciamo senza riuscire davvero a vedere chi siamo.

Mi interessa piuttosto capire dove una persona sente di essere tenuta a mente. Dove ciò che dice arriva all’altro. Dove può mancare.

Con la persona seduta davanti a me non so ancora quale sarà la risposta.

Per il momento restiamo un po’ dentro quella domanda che ha portato con sé quasi distrattamente:

«Che io ci sia o non ci sia a quella cena, fa davvero differenza?»

Forse la sua tristezza non è ancora diventata più piccola.

Ma adesso sappiamo qualcosa in più su dove guardare.

Bibliografia

Flett, G. L., Nepon, T., Goldberg, J. O., Rose, A. L., Atkey, S. K., & Zaki-Azat, J. (2022). The Anti-Mattering Scale: Development, psychometric properties and associations with well-being and distress measures in adolescents and emerging adults. Journal of Psychoeducational Assessment, 40(1), 37–59. https://doi.org/10.1177/07342829211050544

Paradisi, M., Matera, C., & Nerini, A. (2024). Feeling important, feeling well. The association between mattering and well-being: A meta-analysis study. Journal of Happiness Studies, 25, Article 4. https://doi.org/10.1007/s10902-024-00720-3

Rosenberg, M. (1985). Self-concept and psychological well-being in adolescence. In R. L. Leahy (Ed.), The development of the self (pp. 205–246). Academic Press.

Rosenberg, M., & McCullough, B. C. (1981). Mattering: Inferred significance and mental health among adolescents. Research in Community & Mental Health, 2, 163–182.

Tonini, B., Bocci Benucci, S., Flett, G. L., Fioravanti, G., & Casale, S. (2025). General mattering, anti-mattering, and depressive symptoms: A meta-analysis. Clinical Psychology Review, 120, 102626. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2025.102626