PSICOLOGA · PSICOTERAPEUTA EMDR · DBR
dr.ssa Roberta Paradisi
dr.ssa Roberta Paradisi

In queste settimane sto conducendo un gruppo di psicoeducazione con persone che hanno attraversato relazioni manipolative. Ogni incontro ha un clima particolare. Ci sono momenti in cui qualcuno trova finalmente una parola per raccontare qualcosa che per molto tempo era rimasto confuso. E quando succede, nella stanza si sente.
Durante uno degli ultimi incontri, una partecipante ha nominato un film che io non conoscevo: Gaslight, del 1944, diretto da George Cukor. Ne ha parlato con una precisione che colpiva. Non stava solo raccontando un film. Stava mostrando come, a volte, una storia possa dare forma a un’esperienza vissuta e aiutare a riconoscerla per quello che è.
Da quel film nasce il termine gaslighting, oggi usato per indicare una delle forme più sottili e destabilizzanti di manipolazione psicologica.
La protagonista si chiama Paula. È una giovane donna sposata con un uomo affascinante, premuroso in apparenza, rassicurante nei modi. All’inizio non c’è nulla che faccia pensare a un pericolo evidente. Poi qualcosa cambia. Piccoli episodi, dettagli che sembrano insignificanti, oggetti che spariscono e ricompaiono, rumori che lei sente e che lui nega. Le luci a gas della casa si abbassano davvero. Paula lo vede. Ma ogni volta lui le restituisce un’altra versione dei fatti. Le dice che si sbaglia, che immagina, che è confusa.
A poco a poco il punto non diventa più capire cosa stia accadendo intorno a lei. Il punto diventa capire se può ancora fidarsi di sé stessa.
È qui che il gaslighting colpisce più a fondo. Non agisce solo sui fatti. Agisce sul rapporto che una persona ha con la propria percezione, con la propria memoria, con il proprio senso di realtà. In questo senso, il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica in cui una persona porta l’altra a dubitare progressivamente del proprio giudizio, fino a sentirsi meno sicura di ciò che vede, ricorda e pensa.
Quando si parla di gaslighting, il rischio è banalizzarlo. Non si tratta di un litigio acceso, di una frase detta male o di una dimenticanza occasionale. È qualcosa di più sottile e più sistematico.
Chi mette in atto gaslighting non si limita a contraddire. Ridimensiona, sposta, confonde. Nega ciò che è accaduto, riscrive i fatti, presenta la reazione dell’altro come eccessiva o sproporzionata. E così, poco alla volta, il problema smette di sembrare il comportamento manipolatorio e comincia a sembrare la fragilità di chi lo subisce.
Questo è il punto centrale: il gaslighting non mira solo a vincere una discussione. Mira a spostare il baricentro della realtà, fino a rendere meno affidabile, agli occhi della persona coinvolta, la sua stessa esperienza.
Chi vive a lungo in questo tipo di dinamica spesso non se ne accorge subito. Non perché sia ingenuo o fragile, ma perché il processo è graduale. Raramente inizia con qualcosa di esplicito. Più spesso comincia con piccoli slittamenti, con un dubbio, con un senso di disorientamento che all’inizio sembra persino spiegabile.
Poi però accade qualcosa. Ci si ritrova a chiedere scusa molto più del necessario. Si esce da una conversazione sentendosi confusi, svuotati. Si smette di raccontare agli altri cosa succede, perché si teme di non saperlo spiegare bene o di non essere creduti. Si inizia a pensare, sempre più spesso, forse sto esagerando, forse ricordo male, forse il problema sono io.
No. Queste non sono prove di inadeguatezza. Molto spesso sono risposte adattive a un contesto che ha invalidato in modo ripetuto la tua esperienza. Quando una persona viene sistematicamente portata a dubitare di ciò che sente, vede o ricorda, il dubbio non resta un episodio. Diventa uno stato interno abituale.
Il gaslighting non sempre si presenta in modo evidente. Proprio per questo può essere difficile da nominare mentre lo si sta vivendo. Più che in un singolo episodio, spesso si riconosce in un effetto ricorrente: la sensazione di uscire da certe conversazioni più confusi di prima, meno stabili, meno certi di sé.
A volte il segnale non è tanto ciò che l’altra persona dice, ma quello che accade dentro. Il bisogno di controllare continuamente se si ha capito bene. La paura di sbagliare ricordo. L’abitudine a mettere in dubbio la propria percezione ancora prima che lo faccia qualcun altro. Quando questo clima diventa costante, vale la pena fermarsi e guardarlo con più precisione.
Questa precisazione è necessaria. Oggi il termine viene usato molto, a volte troppo. Non ogni conflitto è gaslighting. Non ogni divergenza di memoria lo è. Non ogni relazione difficile rientra in questa dinamica.
La differenza clinicamente rilevante sta nella ripetizione, nella direzione e nell’effetto. Se il dubbio su di sé diventa cronico, se la relazione produce un disorientamento costante, se il senso di realtà personale viene progressivamente eroso, allora non siamo più dentro un semplice disaccordo. C’è qualcosa di più strutturale in atto.
E quel qualcosa merita di essere nominato con precisione.
Una delle conseguenze più dolorose del gaslighting è questa: chi lo subisce spesso arriva a credere di stare perdendo lucidità, forza, equilibrio. In realtà, molto spesso, sta cercando di sopravvivere in una relazione che ha reso difficile orientarsi.
Non stai perdendo la testa. Stai forse uscendo da una situazione in cui la tua esperienza è stata messa in discussione così a lungo da sembrarti meno affidabile. Dare un nome a ciò che sta accadendo non risolve tutto, ma interrompe un passaggio decisivo: l’idea che il problema sia non poterti fidare di te.
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