Il lutto della propria identità sessuale

Due giovani si corteggiano sulla spiaggia, una donna legge e un uomo entra in mare: il lutto dell’identità sessuale.

Sono in vacanza e cammino sulla battigia. Le onde mi lambiscono. Sfiorano un corpo che cambia nel tempo, anche quando facciamo finta di non accorgercene.

Mi guardo intorno. Poco più in là ci sono due giovani che si corteggiano. Si avvicinano, si allontanano, ridono. Chissà, magari stasera scatterà qualcosa. Accanto a loro una donna sui settant’anni legge sotto l’ombrellone; più in là un uomo comincia a mostrare sul corpo il tempo che passa.

E penso ai miei pazienti e ai loro racconti. A chi ha visto cambiare la propria sessualità dopo una menopausa forzata, a chi dopo un intervento alla prostata, a chi dopo un parto, una terapia, una malattia o un trauma. E anche a chi, senza una diagnosi precisa e senza un giorno da segnare sul calendario, si è accorto che il corpo aveva semplicemente cominciato a rispondere in modo diverso.

Non sempre il problema è soltanto “fare sesso meno spesso” o non riuscire più a fare una certa cosa. A volte la sensazione è molto più radicale: non mi riconosco più. Ed è qui che il cambiamento della sessualità può assumere la forma di un vero lutto.

Un lutto senza funerale

Uso la parola lutto con cautela. Non è una diagnosi e non significa che ogni cambiamento della sessualità debba essere vissuto come una tragedia. Per alcune persone la menopausa porta anche libertà; per altre l’età rende il sesso meno urgente e l’intimità più serena. C’è chi scopre possibilità nuove e chi non considera la sessualità una parte centrale della propria vita. Le esperienze sono molto diverse, e sarebbe sbagliato trasformare una fase della vita in una malattia o imporre a tutti lo stesso modo di sentirla (Calvin et al., 2025).

Ma per qualcuno la perdita è reale. E può fare male anche se nessuno è morto.

Qui, parlando di identità sessuale, non mi riferisco all’orientamento sessuale o all’identità di genere. Mi riferisco a qualcosa di più quotidiano e intimo: al modo in cui ci sentiamo persone erotiche, capaci di desiderare, di suscitare desiderio, di dare e ricevere piacere, di abitare il corpo con una certa fiducia. Questa immagine di noi non è un interruttore acceso o spento: è fatta di sensazioni, aspettative, ricordi, sicurezza, vergogna, libertà e possibilità (Astle et al., 2025).

Quando il corpo cambia, non si perde necessariamente soltanto una funzione. Si può perdere la familiarità con il proprio corpo. La spontaneità. La sicurezza con cui ci si lasciava guardare. Un modo di stare nella coppia. La sensazione di avere ancora davanti a sé un futuro erotico. Può vacillare non soltanto ciò che facciamo, ma chi pensavamo di essere.

Il lutto per una perdita che non riguarda una morte ha una difficoltà in più: spesso non viene riconosciuto. Non ci sono rituali né parole pronte. Anzi, la persona può sentirsi dire: “L’importante è che tu stia bene”, “Sei qui, questo conta”, “Il sesso non è tutto”, “Alla tua età è normale”. Sono frasi talvolta affettuose e perfino vere, ma possono chiudere la conversazione proprio quando ci sarebbe bisogno di aprirla. Una perdita non diventa meno importante solo perché dall’esterno appare secondaria (Harris, 2020).

Non mi manca solo quello che facevo

Chi attraversa una menopausa indotta da un intervento o da una terapia può sentire che il tempo del corpo è stato accelerato senza consenso. Il desiderio, la lubrificazione, la sensibilità, il sonno, l’immagine di sé possono cambiare insieme e in poco tempo. Non è soltanto una questione di sintomi: per alcune donne è come essere state spinte bruscamente fuori da una versione conosciuta di sé.

Dopo un trattamento alla prostata, invece, l’attenzione si concentra spesso sull’erezione, come se bastasse misurare quella per capire come sta un uomo. Ma possono cambiare anche l’eiaculazione, la sensibilità, l’immagine corporea, la sicurezza e il senso della propria mascolinità. Le ricerche mostrano che, per molti uomini, questi aspetti sono profondamente intrecciati: non sempre la domanda è “funziono?”, a volte è “sono ancora l’uomo che ero?” (Katz, 2022; Bowie et al., 2022).

Dopo un parto il corpo può diventare, almeno per un periodo, un corpo stanco, esposto, medicalizzato, impegnato a nutrire e accudire. Essere madre e sentirsi una persona sessuale non sono identità incompatibili, ma non sempre riescono a ritrovarsi subito. Serve tempo per dare un significato nuovo al corpo e al contatto, senza che il desiderio diventi un altro compito da svolgere bene (Ollivier et al., 2024).

Anche una malattia cronica, un dolore persistente o un trauma possono cambiare il rapporto con il tocco. Accade anche nell’endometriosi e nell’adenomiosi, quando il dolore invisibile può modificare profondamente il rapporto con il corpo.

Il corpo che prima era un alleato può diventare imprevedibile; una carezza può essere desiderata e, nello stesso momento, temuta. E poi c’è il cambiamento meno improvviso: quello che arriva con l’età. Non c’è un prima e un dopo netto, ma piccoli segnali che si accumulano. Finché un giorno ci guardiamo e ci chiediamo quando sia successo.

In tutti questi casi, ciò che fa la differenza non è soltanto l’entità del cambiamento, ma il significato che quella dimensione aveva per la persona. La stessa trasformazione può essere marginale per qualcuno e centrale per qualcun altro. Perché il benessere sessuale riguarda anche il sentirsi ancora una persona sessuale e il poter immaginare per sé un futuro erotico, qualunque forma possa avere (Lewis et al., 2025).

La fretta di aggiustare

Di fronte a questa sofferenza scatta facilmente la fretta di trovare una soluzione. Un farmaco, un esercizio, un dispositivo, una nuova posizione, una serata programmata. Sono possibilità utili e talvolta necessarie. Il corpo merita cure competenti, informazioni chiare e riabilitazione quando serve.

Ma se si parte troppo presto dall’aggiustare, si rischia di saltare una domanda: che cosa senti di aver perso?

La risposta, spesso, non è “la penetrazione”. Può essere: mi manca sentirmi spontanea. Mi manca non dover pensare. Mi manca l’erezione che arrivava senza essere convocata. Mi manca il modo in cui il mio compagno mi guardava, o il modo in cui io credevo che mi guardasse. Mi manca potermi avvicinare senza temere di deludere. Mi manca la persona che ero prima della malattia.

Le ricerche sull’adattamento sessuale dopo il cancro mostrano che le persone possono percorrere strade differenti. Per alcune prevale il bisogno di elaborare una perdita; per altre quello di rivedere la propria idea di sessualità; altre ancora cercano soprattutto di recuperare una funzione con interventi specifici. Queste strade possono anche intrecciarsi e nessuna dovrebbe essere imposta come l’unica corretta (Benoot et al., 2017).

La riabilitazione e il lutto non si escludono. Si può desiderare una cura e, insieme, piangere ciò che la cura non restituirà. Si può sperimentare qualcosa di nuovo e continuare ad avere nostalgia. Si può stare meglio senza dover dichiarare che, in fondo, è stato “un dono”.

Anche la coppia perde qualcosa

Quando c’è una relazione, il cambiamento non riguarda mai una sola persona. Anche il partner può perdere un linguaggio condiviso, un rituale, una forma di vicinanza. E spesso comincia una delicata serie di equivoci.

Chi ha subito il cambiamento può evitare il contatto per paura che ogni carezza debba portare al sesso o per timore di non riuscire. Il partner, per non mettere pressione, smette di cercarlo. Entrambi pensano di proteggere l’altro e, senza volerlo, aumentano la distanza.

Parlare aiuta, ma non come slogan. “Dovete comunicare” può diventare l’ennesimo compito. Parlare davvero significa poter dire anche cose scomode: ho paura; mi manchi; non so come toccarti; non voglio che ogni incontro sia una prova; non so ancora che cosa mi piace adesso.

Molte persone e molte coppie riescono ad allargare il significato della sessualità, liberandola dall’idea che la penetrazione sia l’unica esperienza che conta. Il contatto, il piacere non genitale, la masturbazione, l’intimità e la tenerezza possono acquistare uno spazio nuovo (Perz, Ussher e Gilbert, 2013).

Ma è importante non trasformare neppure questo in una consolazione obbligatoria. Dire troppo in fretta “la sessualità non è solo penetrazione” può suonare come “non dovresti soffrire per ciò che hai perso”.

Le possibilità nuove hanno valore quando vengono scoperte, non quando vengono prescritte per rendere la perdita più presentabile.

Non tornare indietro, ma tornare a sé

Elaborare questo lutto non significa arrendersi, rinunciare al piacere o smettere di cercare soluzioni. Significa riconoscere che il “prima” è esistito e che forse non tornerà nello stesso modo. Solo allora il nuovo, se e quando arriverà, non dovrà fingere di essere una copia.

Il percorso raramente è lineare. Ci sono giorni in cui manca soprattutto ciò che non c’è più e altri in cui nasce curiosità per quello che potrebbe esserci. Giorni di rabbia e giorni di tregua. La persona può oscillare tra il dolore per la perdita e il tentativo di riorganizzare la vita, senza che una direzione annulli l’altra (Harris, 2020).

Forse ci aiuta pensare che la nostra identità sessuale non sia una fotografia scattata nel momento di massimo vigore, da difendere per sempre. È piuttosto una storia che attraversa il tempo. Cambia con le relazioni, con le età, con la salute, con ciò che impariamo e con ciò che perdiamo. Pretendere che l’identità sessuale resti immobile rende ogni trasformazione una sconfitta. Riconoscere che può cambiare nel tempo non cancella il dolore, ma permette di non confondere il cambiamento con la fine di sé (Gallop, 2019).

In terapia, prima di chiedere “come possiamo far tornare il desiderio?”, può essere necessario fermarsi su altro. Quale parte di te senti di avere perduto? Che cosa rappresentava quella sessualità? Che cosa temi che questo cambiamento dica di te? Dare un nome alla perdita non la ingrandisce. Le dà un posto.

Poi, con i tempi della persona, si può cominciare a cercare. Non per forza una nuova tecnica: a volte una nuova definizione. Un modo diverso di sentirsi desiderabili. Un ritmo più lento. Un incontro programmato che non sia per questo meno autentico. Il permesso di usare un aiuto. Il diritto di fermarsi. Una tenerezza che non debba dimostrare nulla. O semplicemente la possibilità di dire: per ora non so chi sono, ma non voglio concludere che non sono più nessuno.

Intanto, sulla battigia, i due giovani continuano a corteggiarsi. La donna sui settant’anni gira una pagina. L’uomo più in là entra in acqua con il suo corpo che cambia. Non sono tre fotografie separate: sono punti diversi della stessa storia umana.

L’onda torna, ma non nella stessa forma. Anche il corpo. Il compito non è fingere che nulla sia cambiato, né dichiarare che tutto sia finito. È poter riconoscere, nel corpo di oggi, una persona sessuale che ha ancora diritto di esistere: forse diversa, forse più silenziosa, forse ancora tutta da incontrare.

Quando cambia il corpo o il modo di vivere la sessualità, che cosa senti di perdere davvero?

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Riferimenti essenziali

  • Astle, S. et al. (2025). The Conceptualization and Measurement of Sexual Self-Concept and Sexual Self-Schema: A Systematic Literature Review. The Journal of Sex Research.
  • Benoot, C., Saelaert, M., Hannes, K. e Bilsen, J. (2017). The Sexual Adjustment Process of Cancer Patients and Their Partners: A Qualitative Evidence Synthesis. Archives of Sexual Behavior. DOI
  • Bowie, J. et al. (2022). Body Image, Self-Esteem, and Sense of Masculinity in Patients with Prostate Cancer: A Qualitative Meta-Synthesis. Journal of Cancer Survivorship.
  • Calvin, A. et al. (2025). Women’s Experiences of Their Sexuality During Their Menopausal Transition and the Support Offered to Them by Healthcare Providers: A Systematic Review and Meta-Synthesis. European Journal of Midwifery.
  • Gallop, J. (2019). Sexuality, Disability, and Aging: Queer Temporalities of the Phallus. Duke University Press.
  • Harris, D. L. (a cura di) (2020). Non-Death Loss and Grief: Context and Clinical Implications. Routledge.
  • Katz, A. (2022). Sexuality and Illness: A Guidebook for Health Professionals. Routledge.
  • Lewis, R. et al. (2025). Conceptualizing Sexual Wellbeing: A Qualitative Investigation to Inform Development of a Measure (Natsal-SW). The Journal of Sex Research. DOI
  • Ollivier, R. et al. (2024). Exploring the Meaning of Sexuality, the Body, and Identity After Birth Using Feminist Poststructuralism. Journal of Obstetric, Gynecologic & Neonatal Nursing. DOI
  • Perz, J., Ussher, J. M. e Gilbert, E. (2013). Constructions of Sex and Intimacy After Cancer: Q Methodology Study of People with Cancer, Their Partners, and Health Professionals. BMC Cancer, 13, 270.