PSICOLOGA · PSICOTERAPEUTA EMDR · DBR
dr.ssa Roberta Paradisi
dr.ssa Roberta Paradisi

Eccola. Arriva trafelata, in ritardo anche questa volta.
Mi chiede scusa mentre si siede. Ha corso per non perdere l’appuntamento. La giornata è stata piena, forse troppo: ha accettato più impegni di quanti fosse realistico gestirne e, tra una cosa e l’altra, si è ricordata della seduta all’ultimo momento.
La conosco da circa un mese. Come spesso accade all’inizio di un percorso, i pezzi della sua storia stanno lentamente trovando un ordine.
Ci sono traumi familiari importanti, anni trascorsi a cercare di adattarsi a situazioni difficili. Ansia, senso di inadeguatezza, la sensazione costante di dover fare uno sforzo enorme per stare al passo con gli altri.
Ma c’è qualcosa che continua a richiamare la mia attenzione.
Quando inizia a raccontarmi il suo percorso scolastico, con le difficoltà organizzative, lo studio discontinuo, i risultati altalenanti, la sensazione di essere intelligente ma incapace di esprimere con continuità il proprio potenziale, il quadro comincia ad assumere contorni più definiti.
Non è soltanto una storia di sofferenza, o di traumi. E non è la prima volta che mi trovo davanti a qualcosa di simile.
Negli ultimi anni sempre più donne adulte arrivano in terapia dopo aver trascorso una vita intera sentendosi sbagliate, pigre, disorganizzate, distratte o semplicemente “troppo emotive”. Molte hanno ricevuto diagnosi di ansia o depressione, che possono essere corrette e convivere con l’ADHD senza spiegarlo del tutto. E il riconoscimento, per loro, arriva spesso tardi: una parte consistente riceve la diagnosi ben dentro l’età adulta (Skoglund et al., 2024). Alcune, nel frattempo, hanno imparato a compensare così bene da ottenere risultati eccellenti nello studio o nel lavoro, pagando però un prezzo altissimo in energia e benessere.
Solo più tardi emerge una possibilità che nessuno aveva considerato: e se dietro anni di fatica ci fosse stato un ADHD mai riconosciuto?
Lo so. Oggi dell’ADHD si parla moltissimo, soprattutto sui social. È un aumento di attenzione che ha permesso a molte persone di riconoscere difficoltà ignorate per anni, ma ha prodotto anche l’effetto opposto: contenuti semplificati in cui caratteristiche comuni come procrastinare, distrarsi o dimenticare qualcosa vengono presentate come prove di ADHD. Non è un’impressione soggettiva: in uno studio sui cento video ADHD più popolari su TikTok, oltre la metà è stata classificata dai valutatori clinici come fuorviante (Yeung et al., 2022).
E questo conta, perché non ogni difficoltà di concentrazione è ADHD: non ogni ritardo, non ogni dimenticanza, non ogni mente affollata merita automaticamente una diagnosi.
Ma l’ADHD, quando c’è, non compare dal nulla in età adulta. Essendo una condizione neuroevolutiva, tende a lasciare una traccia nella storia della persona, anche quando quella traccia è stata a lungo compensata o interpretata in altro modo (NICE, 2018). Non la si coglie subito, né da un test compilato in dieci minuti: si coglie nella storia, nel modo in cui una persona ha attraversato la scuola, le relazioni, il lavoro, la fatica quotidiana di organizzarsi, ricordare, reggere i tempi, contenere le emozioni, mantenere una direzione.
E la traccia non significa necessariamente brutti voti o fallimento scolastico. Una persona può avere un’intelligenza elevata, un ambiente molto strutturato, genitori che organizzavano tutto, oppure strategie personali così efficaci da rendere le difficoltà evidenti solo quando aumentano le richieste della vita: è proprio la perdita di questi sostegni, nelle transizioni, a rendere spesso più visibili le difficoltà nelle donne (Young et al., 2020).
Prima, quindi, si lavora sulla storia: si ascoltano i passaggi di vita, si osservano le strategie di compensazione, si valutano i traumi, l’ansia, l’ambiente familiare, le risorse cognitive, il modo in cui quella persona ha imparato a sopravvivere.
Perché molte donne arrivano in terapia dopo aver costruito, negli anni, un repertorio di strategie di compensazione. Hanno imparato a sembrare più ordinate di quanto si sentano dentro, più capaci di quanto riescano a sostenere, più presenti di quanto la fatica necessaria a esserlo lasci immaginare.
Poi, lentamente, quando si dirada il fumo e si smette di guardare solo il sintomo per osservare il funzionamento, qualcosa emerge. Non l’etichetta: il modo reale in cui quella mente ha sempre funzionato.
Per anni la ricerca e l’identificazione clinica si sono costruite soprattutto attorno alle presentazioni più tipiche dei maschi (Hinshaw et al., 2022). Il modello che molti professionisti avevano in mente era quello del bambino che si alza di continuo dal banco, interrompe gli altri, fatica a stare fermo e crea problemi evidenti a scuola.
Molte bambine con ADHD non assomigliano affatto a questa immagine. Spesso sono sognatrici, distratte, perdono oggetti, dimenticano consegne, sembrano poco organizzate. Possono apparire ansiose, emotive o semplicemente immature rispetto alle richieste dell’ambiente, e proprio i sintomi internalizzanti tendono a mettere in ombra l’ADHD sottostante (Hinshaw et al., 2022).
Alcune sviluppano presto strategie di compensazione molto efficaci: possono studiare il doppio per ottenere gli stessi risultati, usare l’ansia come motore, affidarsi a liste e promemoria continui.
Da fuori sembrano funzionare. Da dentro sono esauste.
Ed è proprio questa capacità di compensare che può ritardare il riconoscimento del problema per anni (Young et al., 2020). Non a caso, in un ampio studio di popolazione, le donne ricevevano la diagnosi in media diversi anni dopo gli uomini, con una parte consistente identificata solo in età adulta (Skoglund et al., 2024).
Una delle convinzioni più diffuse è che l’ADHD sia semplicemente un disturbo dell’attenzione.
Nell’adulto, però, l’ADHD non si esaurisce nella distrazione. Può diventare particolarmente evidente nella vita quotidiana attraverso difficoltà di pianificazione, organizzazione, memoria di lavoro, gestione del tempo e avvio dei compiti. Va detto con precisione: queste difficoltà esecutive sono frequenti e importanti, ma non sono né necessarie né sufficienti per la diagnosi, e i test delle funzioni esecutive da soli non diagnosticano l’ADHD (Willcutt et al., 2005).
Sapere cosa fare non significa riuscire a farlo: una scadenza importante non basta a far partire in tempo, e una casa che si vorrebbe ordinata resta comunque nel caos.
Molte donne descrivono questa sensazione: sapere continuamente cosa andrebbe fatto e sentirsi incapaci di trasformare l’intenzione in azione. Una condizione che genera frustrazione, senso di colpa e un attacco costante alla propria autostima.
Con gli anni il problema non è più la dimenticanza. Diventa l’idea di essere sbagliate.
Qui il quadro si complica. Un’infanzia imprevedibile, relazioni familiari difficili o esperienze traumatiche possono produrre sintomi che assomigliano molto all’ADHD. Anche l’ansia cronica può interferire con la concentrazione, la memoria di lavoro e l’organizzazione.
Ma non è sempre un aut-aut: ADHD, disturbi d’ansia e conseguenze psicopatologiche associate al trauma possono coesistere. La comorbilità tra ADHD e disturbi d’ansia è ben documentata, così come quella tra ADHD e disturbo post-traumatico da stress nell’età adulta (Hartman et al., 2023; Magdi et al., 2025). Per questo una valutazione seria non dovrebbe mai fermarsi ai sintomi superficiali. La domanda non è soltanto “cosa succede oggi?”, ma “come ha funzionato questa persona nel corso della sua vita?”.
I segnali erano presenti già nell’infanzia? Comparivano in contesti diversi? Sono rimasti stabili nel tempo, o sono emersi dopo eventi traumatici specifici? Trattandosi di una condizione neuroevolutiva, la diagnosi non si fa contando i sintomi presenti oggi, ma cercando una traiettoria precedente, un impatto sul funzionamento, la presenza in più contesti, e verificando se un altro disturbo spieghi meglio il quadro (NICE, 2018).
Distinguere questi aspetti richiede attenzione, esperienza clinica e una ricostruzione accurata della storia personale.
Alcune donne arrivano alla valutazione con un quadro ancora più complesso. Sono brillanti, creative, curiose, veloci nel ragionamento; hanno ottenuto buoni risultati scolastici e professionali.
Eppure raccontano una fatica enorme.
In alcune persone, risorse cognitive molto elevate possono rendere meno evidente per anni l’impatto di alcune difficoltà, soprattutto quando l’ambiente offre struttura e sostegno. ADHD e alto potenziale possono inoltre coesistere, dando luogo a profili particolarmente disomogenei. Su questo va detto con chiarezza che un’intelligenza elevata non protegge dall’ADHD e non ne esclude la diagnosi (Faraone et al., 2021); le evidenze specifiche sul rapporto tra plusdotazione e ADHD nelle donne adulte, però, restano ancora limitate (Rommelse et al., 2016).
Il risultato è che, per anni, nessuno vede davvero il funzionamento complessivo: si vedono solo frammenti, la brillantezza, la disorganizzazione, l’ansia, la sensibilità, la procrastinazione. Raramente il quadro intero.
Forse è questa la domanda che molte donne iniziano a porsi dopo anni passati a sentirsi fuori posto. Non cercano un’etichetta, né una giustificazione: cercano un significato diverso per esperienze che, per la prima volta, sembrano trovarlo. Le dimenticanze, la sensazione di vivere sempre in emergenza, la difficoltà a iniziare, la fatica nel gestire il tempo, l’impressione di spendere il doppio delle energie per risultati simili a quelli degli altri. A volte può esserci anche una maggiore difficoltà nella regolazione emotiva, un aspetto molto associato all’ADHD adulto pur non essendo un criterio diagnostico centrale (Beheshti et al., 2020).
Comprendere il proprio funzionamento non vuol dire ridursi a una diagnosi, ma smettere di leggere ogni difficoltà come un difetto di carattere: passare dal giudizio alla comprensione.
Per molte persone il cambiamento più importante non arriva con la diagnosi. Arriva quando smettono di pensare di essere sbagliate.
Perché a volte il problema non è chi sei. È che hai trascorso una vita intera cercando di funzionare come qualcuno che non sei.
Se ti va, puoi rispondere anche soltanto scegliendo una possibilità:
Puoi scrivermi direttamente su WhatsApp oppure trovare tutte le informazioni nella pagina Contatti.
Beheshti, A., Chavanon, M.-L., & Christiansen, H. (2020). Emotion dysregulation in adults with attention deficit hyperactivity disorder: A meta-analysis. Bmc Psychiatry, 20, 120. https://doi.org/10.1186/s12888-020-2442-7
Faraone, S. V., Banaschewski, T., Coghill, D., Zheng, Y., Biederman, J., Bellgrove, M. A., … Wang, Y. (2021). The World Federation of ADHD International Consensus Statement: 208 evidence-based conclusions about the disorder. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 128, 789–818. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2021.01.022
Hartman, C. A., Larsson, H., Vos, M., Bellato, A., Libutzki, B., Solberg, B. S., … Reif, A. (2023). Anxiety, mood, and substance use disorders in adult men and women with and without attention-deficit/hyperactivity disorder: A substantive and methodological overview. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 151, 105209. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2023.105209
Hinshaw, S. P., Nguyen, P. T., O’Grady, S. M., & Rosenthal, E. A. (2022). Annual Research Review: Attention-deficit/hyperactivity disorder in girls and women: Underrepresentation, longitudinal processes, and key directions. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 63(4), 484–496. https://doi.org/10.1111/jcpp.13480
Magdi, H. M., Abousoliman, A. D., Lbrahim, A. M., Elsehrawy, M. G., El-Gazar, H. E., & Zoromba, M. A. (2025). Attention-deficit/hyperactivity disorder and post-traumatic stress disorder adult comorbidity: A systematic review. Systematic Reviews, 14, 41. https://doi.org/10.1186/s13643-025-02774-7
National Institute for Health and Care Excellence. (2018). Attention deficit hyperactivity disorder: Diagnosis and management (NICE Guideline NG87). https://www.nice.org.uk/guidance/ng87
Rommelse, N., van der Kruijs, M., Damhuis, J., Hoek, I., Smeets, S., Antshel, K. M., Hoogeveen, L., & Faraone, S. V. (2016). An evidenced-based perspective on the validity of attention-deficit/hyperactivity disorder in the context of high intelligence. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 71, 21–47. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2016.08.032
Skoglund, C., Sundström Poromaa, I., Leksell, D., Ekholm Selling, K., Cars, T., Giacobini, M., Young, S., & Kopp Kallner, H. (2024). Time after time: Failure to identify and support females with ADHD — A Swedish population register study. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 65(6), 832–844. https://doi.org/10.1111/jcpp.13920
Willcutt, E. G., Doyle, A. E., Nigg, J. T., Faraone, S. V., & Pennington, B. F. (2005). Validity of the executive function theory of attention-deficit/hyperactivity disorder: A meta-analytic review. Biological Psychiatry, 57(11), 1336–1346. https://doi.org/10.1016/j.biopsych.2005.02.006
Yeung, A., Ng, E., & Abi-Jaoude, E. (2022). TikTok and attention-deficit/hyperactivity disorder: A cross-sectional study of social media content quality. The Canadian Journal of Psychiatry, 67(12), 899–906. https://doi.org/10.1177/07067437221082854
Young, S., Adamo, N., Ásgeirsdóttir, B. B., Branney, P., Beckett, M., Colley, W., … Woodhouse, E. (2020). Females with ADHD: An expert consensus statement taking a lifespan approach providing guidance for the identification and treatment of attention-deficit/hyperactivity disorder in girls and women. Bmc Psychiatry, 20, 404. https://doi.org/10.1186/s12888-020-02707-9