PSICOLOGA · PSICOTERAPEUTA EMDR · DBR
dr.ssa Roberta Paradisi
dr.ssa Roberta Paradisi

Ci sono relazioni che non feriscono con una scena. Feriscono con una nebbia. Dopo ogni confronto ti ritrovi a ripercorrere le frasi, a chiederti se hai capito male, se sei troppo sensibile, se stai esagerando. E intanto perdi una cosa preziosa: la lucidità.
Molte persone cercano su google “donna narcisista covert” per questo. Non stanno davvero cercando un’etichetta da appiccicare a qualcuno. Stanno cercando parole per spiegare un’esperienza ripetuta di confusione e colpa.
Una nota semplice, per includere chiunque legga. Uso la parola donna perché ho notato essere una forma molto cercata ultimamente su Google, ma le dinamiche di cui parliamo possono comparire in qualunque genere e in qualunque coppia.
Nel linguaggio comune covert vuol dire nascosto. Non perché sia misterioso, ma perché non assomiglia allo stereotipo più noto del narcisismo, quello grandioso, evidente, dominante.
In clinica e nella ricerca, però, è spesso più utile pensare a due modalità che possono anche alternarsi: una più grandiosa e una più vulnerabile. Nella vulnerabilità entrano vergogna, ipersensibilità alla critica, rimuginio, autostima fragile. È sofferenza reale, e proprio per questo può confondere.
Il punto non è lo stile della persona. Il punto è l’effetto della dinamica, soprattutto nei conflitti e nei confini.
Qui è facile scivolare negli stereotipi. Il punto non è che le donne siano “più covert”. Il punto è che, storicamente, il narcisismo è stato raccontato e misurato soprattutto nella sua forma grandiosa. Alcune review sul narcisismo femminile sottolineano che questo può rendere meno visibili le presentazioni vulnerabili, e quindi più facilmente confuse con altri quadri.
C’è poi un dato molto concreto. Uno studio del 2023 pubblicato su Frontiers in Psychology ha usato vignette cliniche e ha chiesto a clinici di attribuire diagnosi a casi ipotetici. Quando la presentazione era grandiosa, la diagnosi di disturbo narcisistico tendeva a essere assegnata in modo coerente indipendentemente dal genere. Quando invece la presentazione era vulnerabile, aumentava la probabilità di attribuzioni alternative nei casi femminili, in particolare verso un inquadramento borderline.
E qui entra in gioco una fonte che merita visibilità, perché è recente e autorevole. Uno studio del 2025 pubblicato sul British Journal of Clinical Psychology discute il bias di genere nella valutazione del narcisismo e suggerisce che l’uso di modelli dimensionali più moderni, come quelli dell’ICD 11, può aiutare a ridurre gli errori di lettura quando la presentazione è meno stereotipica. Tradotto: quando il quadro è vulnerabile e ambiguo, la lente conta molto, e migliorare la lente aiuta a non confondere la mappa con il territorio.
Esiste anche ricerca su grandi campioni che mostra come alcuni criteri diagnostici possano comportarsi in modo diverso tra uomini e donne a parità di gravità, e questo contribuisce a spiegare perché la valutazione può essere più complessa di quanto sembri. Non perché “le donne sono un altro disturbo”, ma perché gli strumenti e i criteri non sono neutrali per definizione.
Questa parte non serve per dire “allora è sicuramente narcisismo”. Serve per proteggere una cosa: la capacità di leggere la realtà quando la presentazione non è plateale. Se non vedi grandiosità evidente, non significa automaticamente che la relazione sia sana o che tu stia immaginando tutto.
La bussola più affidabile non è un elenco di tratti. È l’impatto.
Una relazione sana può avere conflitti. La differenza è che, anche dopo uno scontro, resta spazio per capire cosa è successo. Nelle dinamiche confusive, dopo il confronto non resta chiarezza. Resta un senso di colpa che ti spinge a riparare anche quando non hai fatto nulla di grave.
Un indicatore pratico è la risposta al confine. Quando dici “questo per me non va”, l’altra persona riesce a restare sul fatto e sulla negoziazione, oppure la conversazione diventa una prova morale e tu ti ritrovi a giustificarti per il semplice fatto di avere un bisogno.
La domanda che salva la lucidità è semplice. Dopo questi scambi mi sento più libero, oppure mi sento più piccolo.
Se la risposta è quasi sempre “più piccolo”, non hai bisogno di una diagnosi perfetta per capire che qualcosa non sta funzionando.
Serve onestà, perché molte persone arrivano a questa parola in un momento di dolore.
Alcune reazioni che sembrano controllo o manipolazione possono nascere da trauma e ipervigilanza. A volte c’entrano depressione e vergogna. A volte c’è una regolazione emotiva fragile. E in alcuni casi esistono sovrapposizioni tra vulnerabilità narcisistica e funzionamenti borderline. È uno dei motivi per cui la letteratura invita a prudenza, soprattutto quando il quadro è vulnerabile.
La differenza pratica spesso sta in una cosa che si vede solo nel tempo: la riparazione. Chi soffre può imparare a vedere il proprio impatto e a lavorarci. Un pattern rigido tende a ripetersi e a trasformare l’altro nel responsabile della stabilità emotiva.
Se sei dentro una dinamica confusiva, la tentazione è oscillare tra due estremi: spiegare troppo o chiudere tutto. Di solito serve una terza via, più sobria.
Serve restare nei fatti, perché i fatti ti tengono ancorato. Quando la conversazione scivola nelle intenzioni, nelle interpretazioni e nelle accuse morali, la nebbia aumenta. Tornare al fatto non è freddezza. È igiene mentale. “Quando succede X, io mi sento Y, e per me questo non va.”
Serve anche ridurre il bisogno di convincere. Non perché tu non abbia ragione, ma perché alcune dinamiche si alimentano proprio del tentativo di dimostrare. Più spieghi, più il punto diventa la tua legittimità, non il problema.
Poi serve osservare la riparazione con calma. Non l’intensità emotiva del momento, non le scuse perfette. La riparazione vera si vede nel comportamento che cambia e regge, anche quando arriva la prossima frizione.
Infine serve un confronto esterno affidabile. Non per mettere qualcuno sotto processo, ma per non restare intrappolato nella confusione. In certe relazioni, la prima cosa terapeutica è recuperare una mente chiara.
Se compaiono paura, coercizione, controllo economico, isolamento, umiliazione, minacce o ritorsioni, allora il focus cambia. In quel caso non serve trovare l’etichetta migliore. Serve protezione, rete, e un piano realistico.
Questo tema attira rumore, e capisco perché. Le parole sembrano dare ordine. Ma l’ordine vero non viene dall’etichetta. Viene dal fatto che tu recuperi la capacità di vedere, di nominare, di mettere confini senza pagare una punizione emotiva.
Se leggendo ti sei riconosciuto, non serve diventare esperto di diagnosi. Serve tornare stabile. E se da solo è difficile, chiedere supporto è una scelta di lucidità.
Green, A., MacLean, R., & Charles, K. (2023). Clinician perception of pathological narcissism in females: a vignette based study. Frontiers in Psychology, 14, 1090746.
Green, A., MacLean, R., & Charles, K. (2022). Female Narcissism: Assessment, Aetiology, and Behavioural Manifestations. Psychological Reports, 125(6), 2833 2864.
Green, A., Day, N. J. S., Hart, C. M., Grenyer, B. F. S., & Bach, B. (2025). Gender bias in assessing narcissistic personality: Exploring the utility of the ICD 11 dimensional model. British Journal of Clinical Psychology, 64, 248 264.
Hoertel, N., et al. (2018). Examining sex differences in DSM IV narcissistic personality disorder symptom expression using item response analysis. Psychiatry Research, 260, 500 507.
No. È un termine divulgativo. In ambito scientifico si parla più spesso di modalità grandiose e vulnerabili.
Perché la vulnerabilità può sembrare fragilità o sofferenza e può essere confusa con altri quadri. La ricerca discute anche possibili bias di genere nella lettura dei casi vulnerabili.
Osserva la riparazione nel tempo e la risposta ai confini. L’insicurezza può migliorare con consapevolezza. Un pattern rigido tende a ripetersi e a spostare la colpa sull’altro.
No, ma possono sovrapporsi su alcuni aspetti. Per questo è importante non fare diagnosi da internet e concentrarsi su pattern, sicurezza e funzionamento.
Sposta il focus dalla diagnosi alla lucidità e alla sicurezza. Resta nei fatti, riduci le discussioni infinite sulle intenzioni e osserva la riparazione nel tempo. Se i confini vengono puniti con colpa, gelo, ritorsioni o paura, la priorità diventa protezione e rete di supporto, anche professionale.
Quando compaiono controllo, coercizione, isolamento, umiliazione, minacce o paura. In quel caso la priorità è protezione e rete, non l’etichetta.
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