PSICOLOGA · PSICOTERAPEUTA EMDR · DBR
dr.ssa Roberta Paradisi
dr.ssa Roberta Paradisi

Negli ultimi anni la parola trigger è entrata nel linguaggio comune. Indica ciò che riattiva il trauma, l’ansia, l’iperattivazione o il collasso. Ma fermarsi ai trigger racconta solo metà della storia del sistema nervoso.
L’altra metà ha un nome meno conosciuto, ma decisivo: glimmers.
Il termine è stato introdotto da Deb Dana, nel suo lavoro clinico basato sulla teoria polivagale di Stephen Porges. I glimmers sono micro-momenti di sicurezza, segnali sottili che il sistema nervoso riconosce come non pericolosi e che permettono una regolazione, anche minima.
Non sono l’opposto dei trigger in senso psicologico. Sono il loro contrappeso fisiologico.
Un glimmer non è un pensiero rassicurante. Non è un esercizio cognitivo. Non è nemmeno una tecnica di rilassamento.
È una percezione corporea di sicurezza.
Nel modello polivagale, il sistema nervoso autonomo valuta continuamente l’ambiente attraverso un processo inconscio chiamato neurocezione. Prima ancora che la mente capisca cosa sta succedendo, il corpo decide se è al sicuro, in pericolo o minacciato.
I glimmers sono quei segnali che, a livello neurofisiologico, inibiscono le risposte difensive e permettono l’attivazione del circuito ventro-vagale, quello legato alla connessione, alla calma vigile, alla possibilità di stare in relazione.
Nel libro di Dana, i glimmers vengono descritti come l’altra faccia della mappa dei trigger: non solo ciò che spinge il sistema verso la difesa, ma ciò che lo riporta, anche per pochi secondi, verso la sicurezza.
Uno degli errori più comuni è pensare che la regolazione debba essere intensa o duratura. Per un sistema nervoso segnato da trauma, stress cronico o iperattivazione, la sicurezza arriva a dosi minime.
Un glimmer può essere:
Sono esperienze brevi, spesso quasi invisibili alla coscienza. Ma il sistema nervoso le registra.
Dana è molto chiara su questo punto: la regolazione non nasce da grandi esperienze trasformative, ma dalla ripetizione di micro-esperienze di sicurezza. È così che il sistema impara, nel tempo, che il mondo non è solo pericoloso.
Qui serve essere netti. Parlare di glimmers non è una forma elegante di positivismo tossico.
Una persona traumatizzata non può “scegliere” di sentirsi al sicuro. E spesso, all’inizio, non riesce nemmeno a percepire i glimmers. Non perché non ci siano, ma perché il sistema nervoso è occupato a sopravvivere.
Allenare l’attenzione ai glimmers non vuol dire forzare il benessere. Vuol dire ri-educare la percezione corporea, ampliando gradualmente la finestra di tolleranza.
Prima il corpo. Poi le emozioni. Solo dopo arrivano i pensieri.
Nel lavoro terapeutico, riconoscere i glimmers cambia la postura clinica. Il focus non è solo su ciò che attiva il trauma, ma su ciò che sostiene la regolazione.
Nella vita quotidiana, questo si traduce in una domanda diversa:
non “perché sto così male?”
ma “quando sto anche solo un filo meno peggio?”
Quel filo è il punto di partenza.
Mappare i glimmers personali, come suggerisce Dana, permette al sistema nervoso di costruire nuove associazioni. Non si tratta di eliminare i trigger, ma di non lasciare il sistema prigioniero della minaccia.
Negli Stati Uniti il termine glimmers è diventato virale. In Italia è quasi assente. Eppure è un concetto potente, clinicamente fondato e profondamente rispettoso del funzionamento umano.
Parlare di glimmers significa spostare l’attenzione dalla patologia alla competenza del sistema nervoso. Significa ricordare che la sicurezza non è un lusso, ma una funzione biologica essenziale.
E che il cambiamento, quello reale, non arriva tutto insieme. Arriva a piccoli segnali. Ma il corpo li sa riconoscere.