Quando non ci siamo: come aiutare un figlio a valutare il rischio

Proteggere senza sostituirsi alla sua capacità di scegliere

Bambino sulla riva osserva il mare mosso e le onde

È una scena che si ripete. Cambia il posto, cambia quello che sta facendo, ma la sensazione per me resta la stessa. Lui è lì, io un po’ più lontana. Potrebbe succedere qualcosa, e una parte di me lo sa: potrei avvicinarmi, anticipare, controllare. Invece decido di restare a distanza.

Questa volta davanti a lui c’è il mare in burrasca. Non semplicemente mosso: abbastanza pericoloso perché il bagnino non lasci entrare nessuno in acqua. Si può stare sulla riva, non oltre. Neanche con le caviglie. Lui lo sa. Rimane lì e guarda il mare, e guarda anche quello che succede intorno.

Alcuni adulti decidono comunque di entrare. Il bagnino interviene deciso e li fa uscire. Lui osserva tutta la scena, poi mi chiede: «Ma perché lo hanno fatto?»

Me lo chiedo anch’io. Per qualche secondo mi viene spontaneo pensare alla ribellione, a quel bisogno di fare proprio ciò che qualcuno ti ha appena detto di non fare, come se il limite, invece di essere un’informazione utile, diventasse qualcosa contro cui misurarsi. Poi mi fermo. Di quelle persone non so nulla: la loro storia, come sono cresciute, quanto siano state protette o lasciate libere. Sarebbe troppo facile costruire una spiegazione psicologica su degli sconosciuti osservati per pochi minuti in spiaggia.

La scena però mi lascia una domanda: come impariamo a valutare il rischio? Perché forse crescere non significa ottenere sempre più libertà, ma diventare capaci di capire che cosa farne.

Proteggere e controllare non sono la stessa cosa

Quando un figlio è piccolo siamo noi a fare gran parte della valutazione al suo posto. Quella strada è pericolosa. Da quell’altezza non ti puoi buttare. Qui puoi provare, qui invece no.

Poi qualcosa deve cambiare. Non perché il mondo diventi meno pericoloso, ma perché prima o poi quella valutazione dovrà essere fatta anche quando noi non ci saremo. Credo sia una delle parti più difficili della genitorialità: passare dal decidere al posto dell’altro al prestargli, per un certo tempo, il nostro modo di decidere. Non soltanto dire sì o no, ma rendere visibile quello che stiamo guardando. Quanto è alto? Quanto è profondo? Che cosa potrebbe succedere? Che cosa sai già fare, e che cosa invece non sapresti ancora gestire? Quando ha senso provare e quando fermarsi?

A poco a poco quelle domande possono diventare sue.

Uno studio longitudinale recente mi ha fatto pensare a un altro pezzo di questa dinamica. Quando l’ansia degli adolescenti aumentava rispetto al loro solito, due settimane dopo i genitori risultavano meno orientati a sostenerne l’autonomia e più intrusivi (Šutić et al., 2025).

Lo trovo un dato molto umano. Proprio quando vediamo nostro figlio più fragile o spaventato può venirci spontaneo stringere: controllare di più, prevedere di più, ridurre le possibilità di errore. Non necessariamente perché siamo genitori controllanti, ma perché vedere qualcuno che amiamo in difficoltà è difficile da sopportare.

Quando la protezione serve anche a calmare noi

È qui che la questione si complica. Una recente ricerca britannica ha trovato un’associazione tra maggiore distress psicologico dei genitori e atteggiamenti più protettivi verso il gioco rischioso dei bambini. Non riguarda adolescenti, ma mi interessa per la domanda che apre: quanto del nostro stato emotivo entra nel modo in cui valutiamo il rischio per un figlio? (Ma et al., 2026)

Vale allora la pena farsi una domanda: è pericoloso, oppure mi spaventa? Sembrano la stessa cosa. Non lo sono.

Quando diciamo «non farlo», dentro quella frase possono convivere una valutazione reale del pericolo e la nostra paura. Non possiamo separarle sempre con precisione. Ma possiamo almeno chiederci, qualche volta, chi stiamo cercando di rassicurare.

Lasciare fare non significa fidarsi

Lasciare fare non è necessariamente fidarsi. Anche l’assenza di controllo, da sola, non costruisce autonomia. La fiducia richiede qualcosa di più difficile: conoscere abbastanza l’altro da capire quale parte della responsabilità può già sostenere e quale ancora no.

Su quella spiaggia io non lo sto lasciando davanti a un mare in burrasca pensando che debba imparare da solo. Il limite è chiarissimo: il mare è pericoloso, il bagnino lo ha vietato, non si entra. La libertà è altrove. Può avvicinarsi alla riva, osservare le onde, vedere cosa succede quando qualcuno ignora il limite, venire da me a chiedermi un confronto. E soprattutto può sapere che non ho bisogno di stargli attaccata perché rispetti quel limite. Quella distanza non è assenza: è una distanza costruita nel tempo.

Mi torna in mente una distinzione emersa in un piccolo studio interculturale sul modo in cui madri statunitensi e danesi parlano del rischio: le prime ricorrevano più spesso al monitoraggio e alla preoccupazione, le seconde all’idea di preparare il bambino ad affrontare situazioni rischiose (Boyatzis et al., 2025). Non basta uno studio per descrivere due culture, ma le due parole mi interessano.

Sorvegliare o preparare. Se sorveglio, la competenza resta soprattutto mia: sono io che vedo il pericolo, io che decido quanto è troppo, io che intervengo. Se preparo, provo poco per volta a trasferirla. Ed è forse questo il passaggio più difficile: non smettere di proteggere, ma fare in modo che una parte di ciò che oggi faccio io possa, un giorno, farlo lui.

Il limite che resta quando nessuno lo impone

Mi interessa la domanda che rimane. Se la valutazione viene sempre fatta dall’esterno, quando diventa mia? Se il limite esiste soltanto perché qualcuno mi osserva, cosa succede quando quel qualcuno non c’è?

Forse per questo l’obiettivo non può essere crescere un figlio che non corre rischi, e nemmeno uno che obbedisce sempre. L’obiettivo è molto più difficile: accompagnarlo mentre costruisce un criterio.

Guardo di nuovo la scena. Lui è sulla riva, il mare continua a fare paura. Gli adulti entrano nonostante il divieto, il bagnino interviene. Lui osserva, e non sembra affascinato dal fatto che abbiano osato. È perplesso. «Perché lo hanno fatto?»

Alla fine la cosa che mi interessa non è che abbia rispettato il divieto. È che abbia capito che quel divieto aveva un senso. C’è una differenza enorme tra rispettare un limite perché qualcuno te lo impone e cominciare a riconoscere da soli ciò che quel limite protegge.

Forse proteggere davvero qualcuno significa anche lavorare perché, nel tempo, abbia sempre meno bisogno della nostra protezione. Perché un giorno io non sarò lì a dirgli quanto avvicinarsi. E quello che spero rimanga non è la mia voce che gli dice «fermati», ma qualcosa che ormai è diventato suo: la capacità di guardare, valutare e decidere. Anche quando nessuno gli sta dicendo cosa fare.

Quando nessuno ti dice cosa fare, da cosa capisci che è il momento di fermarti?

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Dal pericolo Dalla paura Dalle conseguenze Dal mio limite Non lo so sempre

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Bibliografia

Boyatzis, C. J., King, K. B., Doak, M., & Zajac, L. A. (2025). “It’s very much how you define dangerous”: The cultural construction of mothers’ beliefs about risk in Denmark and the United States. Acta Psychologica, 255, 104917. https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2025.104917

Ma, K. K. Y., Dodd, H., van Sluijs, E., Hesketh, K. R., & Smith, A. D. (2026). Parental psychological distress and their attitudes toward and tolerance of risky child play: Findings from 2 nationally representative, cross-sectional surveys in Britain. Journal of Physical Activity and Health, 23(6), 814–823. https://doi.org/10.1123/jpah.2025-0755

Šutić, L., Yıldız, E., Yavuz Şala, F. C., Duzen, A., Keijsers, L., & Boele, S. (2025). Parenting and adolescent anxiety within families: A biweekly longitudinal study. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 66(9), 1414–1424. https://doi.org/10.1111/jcpp.14161